La carità nella verità: è questo il titolo dell’Enciclica di Benedetto XVI, pubblicata lo scorso 29 giugno.
Si tratta di un documento straordinariamente ricco: affonda le radici nel passato (la tradizionale “dottrina sociale” della Chiesa), fornisce risposte per l’oggi e si protende profeticamente sul futuro. Il messaggio è che, come cristiani, non abbiamo solo un aiuto da dare, ma anche una verità da dire. Il primo senza la seconda potrebbe essere solo beneficienza; la seconda senza il primo potrebbe essere arroganza. Carità e verità sono inseparabili.
Ad una società come la nostra, che vuole tenere separata la fede dai problemi di tutti i giorni, e le cose di Chiesa dalla politica e dagli affari, il Pontefice annuncia qualcosa che può risuonare come beneficamente provocatorio: “Gesù Cristo è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera” (1). Vale a dire che la fede non è solo “utile” alla società perché contribuisce a formare nelle persone valori etici, spirituali, sociali, come l’onestà, la laboriosità, l’uguaglianza, la solidarietà, ma contribuisce ad orientare, muovere e costruire il suo reale progresso. “La religione cristiana e le altre religioni – avverte il Papa – possono dare il loro apporto allo sviluppo solo se Dio trova un posto nella sfera pubblica, con specifico riferimento alle dimensioni culturale, economica, e, in particolare, politica. (…) La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede, e questo vale anche per la ragione politica, che non deve credersi onnipotente. A sua volta la religione ha sempre bisogno di essere purificata dalla ragione, per mostrare il suo autentico volto umano. La rottura di questo dialogo comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell’umanità” (56).
Appare ormai sempre più evidente che questo sviluppo dell’umanità è strettamente legato al rispetto della vita di ogni persona, dal concepimento alla morte. In passato la prassi indiscriminata della contraccezione e dell’aborto è stata promossa in forza della paura per il futuro, evocando scenari di sovraffollamento planetario e impoverimento generale. In realtà ci si sta rendendo conto del contrario: “grandi nazioni hanno potuto uscire dalla miseria anche grazie al gran numero e alle capacità dei loro abitanti. Al contrario, nazioni un tempo floride conoscono ora una fase di incertezza e in qualche caso di declino proprio a causa della denatalità, problema cruciale per le società di avanzato benessere” (44).
Lo sviluppo è ovviamente legato anche all’economia. Il Pontefice mette in guardia dal considerare il mercato globale come una specie di ‘regno di satana’ da cui il cristiano debba tenersi ben bene alla larga. “Il mercato, se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone” (35); ovviamente, se regolato da un contesto di giustizia.
Il mondo è ormai orfano dei vecchi sistemi e delle teorie economiche. La festosa demolizione del muro di Berlino nel 1989 rendeva visibile il crollo del comunismo e la sua promessa di benessere e felicità per tutti, a patto di sacrificare allo Stato la propria libertà personale. Con il fallimento di grandi banche americane è crollato anche il capitalismo cinico, che prometteva ugualmente benessere e felicità, sacrificando masse di poveri, la cui miseria era considerata più o meno come “effetto collaterale” del libero scambio di mercato.
C’è bisogno di un’economia buona e la Chiesa lo sa. Essa infatti “ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto ‘fuori’ di essa o ‘dopo’ di essa” (36).
Non si tratta di escogitare nuovi teoremi, ma di andare alla radice. “Oggi – insegna Benedetto XVI – occorre affermare che la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica”. Quindi non è più da considerarsi come un capitolo del sapere teologico, ma come il nodo centrale del vivere umano. In sintesi, solo una cultura che sappia considerare ogni uomo e ogni donna come figlio e figlia di Dio potrà creare anche una politica e un’economia più giuste.
Illuminati da questa verità e liberati dalla paura, può farsi strada l’idea-guida per uscire dalle secche del nostro tempo: inaugurare un tipo di politica e di economia che, abbandonata la preoccupazione mortifera del tornaconto personale, sappia “investire sui poveri”.
Ciò significa, concretamente, operare forti investimenti per lo sviluppo dei paesi impoveriti, per creare ricchezza e sdoganare le immense potenzialità che ancora non hanno potuto adeguatamente dispiegare. E questo andrà a beneficio anche nostro, perché ci saranno sempre meno debitori insolventi a livello internazionale, e cresceranno i partner alla pari, che potranno innescare un circolo virtuoso di sana competitività. Non si tratta più “solo di correggere delle disfunzioni mediante l’assistenza.
I poveri non sono da considerarsi un ‘fardello’, bensì una risposta anche dal punto di vista strettamente economico” (35).
Credo che questo spirito debba animare non solo i Governi o gli Istituti di Credito Internazionali, ma anche le singole persone e le famiglie.
Occorre però chiedere a Dio quella creatività che viene dallo Spirito anche nella gestione dei propri piccoli risparmi.
“Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l’amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato” (79).